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questioni di politica internazionale, di filosofia classica tedesca e di quant'altro mi pare

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Blogger: EduardGans
Nome: Eduard Gans
Eduard Gans è un filosofo del diritto ebreo del XIX sexolo, allievo prediletto di Hegel e maestro di Marx. Se conosci il tedesco, fammi visita su: www.berlinische-monatsschrift.de/bms/bmstext/9803deua.htm

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venerdì, 02 maggio 2008

Sicurezza e terza età

Questo continuo ed angosciante parlare di sicurezza nelle nostre città e questa accresciuta sensibilità del Paese ai pericoli che ci attendono appena varcata la soglia di casa non sono forse legati alla struttura anagrafica dell'elettorato italiano?

Non è un mistero che un trentenne/quarantenne nel pieno delle forze percepisce diversamente la natura ed il livello dei rischi del mondo in cui vive rispetto ad un anziano ultrasessantenne (o mutatis mutandis, ad un bambino). L'anziano, soggetto oggettivamente più debole e incapace di difendersi, sarà in media più incline a vedere nell'estraneo che sale sul suo autobus una possibile fonte di minaccia, a prescindere dall'effettiva esistenza del pericolo. Va considerato anche il fattore "culturale": se per trent'anni ho preso quell'autobus trovandoci sopra miei simili, e da dieci ci vedo salire sempre più extracomunitari, mi sento accerchiato, messo in minoranza. E associo irrazionalmente la sempre più forte coscienza della prossimità della morte (vista la mia età) con le minacce (vere o presunte) che percepisco all'esterno.

In proposito, la dice lunga uno spot pubblicitario di una nota marca di porte e cancelli di sicurezza in onda da qualche mese a questa parte. Una bambina scrive un pensierino sul padre, operaio della ditta dove si producono le porte blindate, e lo ringrazia perché così lei può "sentirsi sempre più sicura". Al di là della mielosa atmosfera casalinga e dell'abuso vergognoso di una bambina per promuovere biechi interessi commerciali, la pubblicità testimonia in maniera quasi geniale il clima in cui è piombato il Paese e temo intercetterà in pieno gli umori dei potenziali clienti.

Ciò detto, considerato che in Italia siamo arrivati a tassi di natalità negativi e quindi l'età media si è draticamente alzata, è difficile non porsi delle domande sulla decisiva presa delle argomentazioni securitarie su un elettorato di anziani. Molti accusano la stampa di fomentare la percezione dell'insicurezza per vendere più copie, ma a me sembra sia esattamente l'opposto: si vendono più copie perché chi compra i giornali o vede la TV sono quegli stessi anziani che si rassicurano nel vedere raccontate da altri le loro paure quotidiane.

Se quanto penso è vero, mi chiedo allora fino a che punto ci sia da rallegrarsi per il futuro del Paese se le sue educate classi dirigenti, invece di guidarlo, si limitano ad assecondarne le pulsioni senili. Rivolgersi alla pancia dell'elettorato è importante ed essenziale (ricordate le Tesi di Aprile? i Bolscevichi scatenarono l'Ottobre anche perché il loro programma era fatto di soli tre semplicissimi slogan: fine della guerra, pane a tutti e terra ai contadini, tutto il potere ai Soviet). Ma poi bisogna saperne fare qualcosa (il comunismo di guerra, la NEP, etc.). Altrimenti la democrazia si trasforma in sterile demagogia.

postato da: EduardGans alle ore 12:03 | link | commenti (2)
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giovedì, 16 febbraio 2006

Rivoluzioni

Die Menschheit muß , wenn sie eine neue Epoche begründen will, rücksichtlos mit der Vergangenheit brechen; sie muß voraussetzen, das bisher Gewesene sei Nichts. Nur durch diese Voraussetzung gewinnt sie Kraft und Lust zu neuen Schöpfungen. Alle Anknüpfungen an das Vorhandene würden den Flug ihrer Tatkraft lähmen. Sie muß daher von Zeit zu Zeit das Kind mit dem Bade ausschütten; sie muß ungerecht, parteiisch sein. Gerechtigkeit ist ein Akt der Kritik; aber die Kritik folgt nur der Tat, kommt nicht selbst zur Tat.

[Se vuole dar vita ad una nuova epoca, l'umanita' deve rompere con il passato senza rimpianti; deve presupporre che quanto finora e' esistito sia un nulla. Solo grazie a questo presupposto l'umanita' acquista la forza e la volonta' di giungere a nuove creazioni. Ogni legame con le cose presenti paralizzerebbe il volo della sua forza creativa. Bisogna pertanto che l'umanita', di tanto in tanto, butti via il bambino insieme all'acqua sporca; l'umanita' deve essere ingiusta, partigiana. La giustizia e' un atto proprio della critica, ma la critica viene sempre solo dopo l'azione, e non perviene all'azione.] 

Ludwig Feuerbach (SW II, 378)

E' un vero e proprio paradosso delle societa' umane. Le decisioni piu' importanti, quelle che riguardano il futuro delle nostre comunità e non la loro banale gestione quotidiana, vengono prese da classi dirigenti che con tutta probabilita' non ne vedranno, ne' ne vivranno, i risultati. Classi dirigenti composte in media da individui intorno ai 50-60 anni, la cui speranza di vita (almeno quella di una vita attiva e "razionale") si colloca ancora intorno ai 15-20 anni, secondo i casi. Individui che, a loro volta, sono diventati parte di queste classi dirigenti solo dopo aver subito le decisioni prese dai loro predecessori, anch'essi per la maggior parte morti e sepolti da ormai qualche tempo.

Nessun sistema politico-istituzionale, nessun sistema economico-sociale sembra allontanarsi dal rispetto di questa regola ferrea. Trascorso il tempo necessario all'educazione delle élites - all'interno delle scuole pubbliche, di quelle private o di partito, all'interno stesso dell'amministrazione o dell'azienda - i componenti di queste ultime rimangono congelati per un certo lasso di tempo, di solito assai lungo, in attesa che lo scorrere inesorabile degli anni ed il battere incessante delle lancette, ed in certi casi piu' estremi addirittura solo la morte,  non impongano a coloro che governano di lasciare il timone. E cosi' via, all'infinito, almeno fino a quando non intervengano fasi di cesura violenta, come quelle che il buon Ludwig Feuerbach ricordava nella citazione posta all'incipit di questa rilessione.

Nel nostro quotidiano, la scollatura evidente esistente fra il mondo quale esso e' ed il mondo quale esso viene immaginato dalle classi dirigenti si allarga sempre di piu'. La percezione della realta' dei nostri padri e' condizionata da esperienze, modi di pensare e di vivere, icone e rappresentazioni ideologiche di una realta' che non esiste gia' piu'. Una filosofia che e' soltanto la nottola di Minerva che scorre sul quadro sul quale l'artista ha gia' dipinto il proprio grigio sul grigio che gia' brillava sulla tela. Sveglia! La realta' e' adesso tutt'altra. Il problema e' che la si continua ad analizzare con modelli critici inadeguati ed in decomposizione. Non la si guarda in faccia, perche' si ha paura di perdere ogni punto di riferimento. Ed i riferimenti (anche quelli fasulli, o apparenti) sono comunque importanti, almeno per chi si e' inopinatamente assunto sulle spalle la responsabilita' del governo.

Gli unici che non hanno bisogno dei punti di riferimento del proprio passato sono i trentenni di ogni epoca. I loro riferimenti esisteranno nel futuro, quello che essi potrebbero essere chiamati a creare, se solo ne avessero l'occasione. Un futuro che gia' essi creano nel loro vissuto personale, quando si innamorano, si cercano un lavoro, si impegnano nella costruzione o nell'acquisto di una casa; un futuro che fa i conti con la realta' concreta, quella che essi conoscono perche' ne sono i primi interpreti. Un futuro, soprattutto, che essi debbono assicurarsi sia il piu' roseo possibile, perche' la stragrande maggioranza di loro continuera' a viverlo, questa volta sotto forma di presente, pagando gli errori fatali commessi quando avevano l'occasione di scegliere - ed hanno scelto male, o affrettatamente, o irrazionalmente, o per miopia.

I valori della classe dirigente di oggi non hanno nulla a che vedere con la concretezza dei trentenni della nostra epoca. I cinquantenni, i sessantenni, protagonisti del Sessantotto, Marxisti-Leninisti o Maoisti della prima ora, paladini della liberazione femminile e della lotta all'autorita', interpreti di un pacifismo naïf o, nel peggiore dei casi, interventista. Dopo l'Ottantanove, sentito come girava il vento, obbligati a diventare seri dalle scelte scriteriate dei loro padri (Nazisti, Fascisti, Stalinisti ma senza aver mai conosciuto Stalin), hanno abbandonato la spensieratezza piccolo borghese della Contestazione e sono diventati i paladini di un individualismo sporco, di un'ideologia laicista che ricorda la Rivoluzione Culturale che ci voleva tutti vestiti uguali, di un capitalismo selvaggio che disgrega il tessuto sociale e distrugge il futuro di chi, trentenne, sa di non avere altra scelta se non il precariato.

Le conseguenze del paradosso descritto all'inizio sono quanto mai serie. I responsabili di decisioni irrazionali, miopi o semplicemente sbagliate non ne pagano mai il prezzo. Non ne pagano il prezzo economico e sociale, perche' nel frattempo sono morti, o perche' si sono creati una safety-net per la vecchiaia; non ne pagano il prezzo politico, perche' hanno gia' perduto il potere che ha consentito loro di ipotecare il futuro dei loro successori senza che questi ultimi abbiano avuto non tanto il tempo, ma addirittura la possibilita' di protestare.

E' forse venuto il momento, anche per noi trentenni, di diventare "ingiusti e partigiani", come ci suggerisce il vecchio Feuerbach? Il bambino che getteremmo via con l'acqua sporca non verrebbe certo rimpianto da nessuno.

 

postato da: EduardGans alle ore 14:04 | link | commenti (4)
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martedì, 14 febbraio 2006

La vignetta è talmente eloquente da non meritare alcun ulteriore commento. Ci sono giorni così, in cui un semplice disegno esprime più di mille concetti, e cattura più di cento pagine la mia distratta attenzione.

postato da: EduardGans alle ore 20:47 | link | commenti
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La filosofia hegeliana tra idealismo e materialismo

 

Die theoretische Arbeit, überzeuge ich mich täglich mehr, bringt mehr zustande in der Welt als die praktische; ist erst das Reich der Vorstellung revolutioniert, so hält die Wirklichkeit nicht aus.

(lettera di Hegel a Niethammer, 28.X.1808 – Briefe von und an Hegel, a cura di Johannes Hoffmeister, Hamburg: Felix Meiner Verlag, 1952 – vol. I, 253)

Il lavoro teorico, me ne convinco ogni giorno di piu’, produce nel mondo di piu’ di quello pratico; non appena il regno della rappresentazione e’ rivoluzionato, la realta’ effettuale non regge piu’  (traduzione italiana in: Hegel, Epistolario, a cura di Paolo Manganaro, Napoli: Guida Editori, 1983 – vol. I, 375) 

 

Nel suo libro sulla brevissima esperienza giornalistica di Hegel a Bamberga, Wilhelm Raimund Beyer si sofferma ampiamente sulla citazione sopra riportata, tratta da una delle ultime lettere che il filosofo di Stoccarda scrisse al suo amico Niethammer dalla cittadina della Franconia settentrionale (Zwischen Phänomenologie und Logik, Frankfurt a. M.: G. Schulte-Bulmke Verlag, 1955). La considera come una delle sintesi meglio riuscite dell'intera filosofia hegeliana, un'espressione felice e ben trovata. D'accordo con lui, una lunghissima schiera di studiosi continua a fare riferimento a queste poche righe, servendosene di solito come ottima frase di chiusura a dotte - e spesso lunghe e convolute - dissertazioni sul rapporto idealismo/realismo in Hegel. L'ultimo in ordine di tempo (o piuttosto di mia lettura), Otto Pöggeler (Hegels Kritik der Romantik, München: Wilhelm Fink Verlag, 1998).

 

Ed effettivamente, lo stile certo non lineare ed il piu' delle volte opaco ed oscuro di Hegel sembra aver trovato - nell'occasione informale costituita dalla stesura di una cordialissima lettera ad un amico e protettore - una leggerezza quasi sorprendente. E, grazie ad essa, ci ha lasciato una testimonianza inestimabile: un'interpretazione "autentica" del suo pensiero che ci accompagnera', quale chiave di lettura indispensabile, attraverso i testi piu' difficili, scritti cioe' in un registro linguistico meno accessibile.

 

Il contesto dell'affermazione hegeliana - gia' lo abbiamo brevemente accennato - e' quello informale di una lettera a Niethammer. Si tratta di uno scritto carico di riconoscenza e di entusiasmo da parte di Hegel, che ha ricevuto dall'amico la conferma del suo [di Hegel] incarico quale rettore dell' Aegydiumgymnasium di Norimberga, incarico procuratogli dallo stesso Niethammer. Hegel, oltre a ringraziare implicitamente Niethammer per il prezioso interessamento, manifesta da subito alcune idee sulla sua futura attivita'. In questa cornice, egli inserisce la famosa riflessione sull'importanza del "lavoro teorico"; la lettera prosegue poi su un tono ancor piu' familiare: richiamandosi scherzosamente al lavoro pratico, Hegel loda la sensibilita' della moglie di Niethammer in termini di arredamento domestico, ricordando la sfacchinata che lo aspetta nel cercare di mettere su casa nella citta' in cui dovra' trasferirsi.

 

La lettura del testo hegeliano puo' a prima vista incoraggiare il luogo comune di tanta deteriore letteratura marxista  sull'inguaribile "idealismo" del filosofo di Stoccarda.

Ma si tratterebbe di una interpretazione riduttiva. In realta' le poche righe citate contengono in nuce una chiara anticipazione della tesi gramsciana dell'egemonia, mettendo giustamente l'accento sul ruolo indispensabile della "presa di coscienza" per l'avvio e l'inevitabile concretizzazione del cambiamento sociale rivoluzionario.

 

Nessun cambiamento nella  struttura della morta positivita' della realta' esistente sarebbe possibile senza una "rivoluzione" nella maniera di rappresentarsi tale realta' col pensiero. L'analisi storica puo' essere utilizzata per comprovare quanto affarmato da Hegel.

 

Ad esempio: l'istituto della schiavitu' ereditato dal Mondo Antico e' scomparso man mano che nel corso dei secoli l'essere umano ha compreso che il concetto di umanita' in quanto tale include in se stesso la nozione di liberta'. La schiavitu' - che per ragioni di natura socio-economica o politiche continua a persistere nella realta' positiva - nel "regno della rappresentazione" che ogni uomo, per cultura ed educazione, si fa della realta' in cui vive, la schiavitu' si manifesta per cio' che e': un'insanabile contraddizione, che solo il mutamento rivoluzionario potra' spazzare via.

 

Perche' cio' realmente avvenga, tuttavia, e' indispensabile che la maggior parte di coloro che partecipano a questo sistema socio-economico-culturale, nel ruolo di liberi ed anche in quello di schiavi, abbiano "rivoluzionato" il proprio modo di interpretare il reale, facendo si' propria la nozione di umanita' di cui prima si e' fatto cenno, ma non solo in maniera esterna, cosi' come si apprende a memoria un testo scolastico: bensi' acquisendo coscienza di se' (Selbstbewußtsein) in quanto uomini, partecipi del concetto di umanita' e pertanto necessariamente partecipi - soggettivamente ed oggettivamente - di quello di liberta'.

 

In altri termini, nella mia rappresentazione della realta' avro' coscienza del fatto che solo se tutti gli altri uomini uomini saranno liberi, il concetto della mia stessa, personale umanita' sara' pienamente realizzato. Ed e' solo questa rappresentazione che assicurerebbe il successo dell'eventuale rivolta che dovesse scoppiare per liberare definitivamente coloro che sono schiavi. 

Un esempio storico concreto di quanto sopra descritto e' costituito dalla celebre rivolta di Spartaco, nella Roma antica: una rivolta che non poteva essere coronata dal successo, perche' l'obiettivo di Spartaco non era - e non poteva essere in quel periodo storico - l'abolizione dell'istituto della schiavitu' in quanto tale, in quanto insanabile contraddizione; bensi' la liberazione sua personale e del manipolo di schiavi che lo seguivano. Spartaco non contestava l'essere schiavo in se' e per se': contestava solo il suo particolare essere schiavo in quel determinato momento.

La filosofia hegeliana diventa cosi' strumento al servizio del mutamento delle condizioni materiali della societa': del presunto "solipsismo panlogista", di cui Hegel e' stato piu' volte a torto accusato, rimane veramente ben poco.

Se quest'accusa reggesse, peraltro, ci si dovrebbe chiedere come mai le dottrine cristiane reazionarie ed irrazionaliste (a cominciare da Kierkegaard e scendendo in basso fino a Rosmini) si siano a piu' riprese scagliata contro la filosofia hegeliana, da essa considerata la piu' grave forma di hybris antireligiosa che l'uomo abbia mai concepito. L'animosita' di questi bigotti contro il prometeismo hegeliano si giustifica solamente se esso viene interpretato per quello che realmente e': la formulazione piu' completa dell'unione dialettica fra teoria e prassi, Sein e Sollen, finito ed infinito; ed allo stesso tempo, corollario indispensabile, l'eliminazione di ogni orizzonte escatologico volgare, di ogni Aldila' o Terra Promessa.

postato da: EduardGans alle ore 07:37 | link | commenti
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lunedì, 13 febbraio 2006

Il polverone sulle vignette islamiche

Arrivo un po' in ritardo, lo so, e corro il rischio di ripetere concetti già sentiti. Ma il polverone sulle vignette islamiche continua a turbinare, e politici "illuminati" à la Pera o à la Calderoli a vomitarci addosso la loro putrida filosofia. Negli ambienti che frequento, noto che le posizioni di solito equilibrate di amici e conoscenti tendono sempre più a coincidere con quelle di leghisti e post-fascisti, con nemmeno troppo celate venature di razzismo: manca invece un'analisi distaccata degli eventi, un confrontarsi con la realtà che tenga in conto tutte le sfaccettature di quel che ci circonda. Il semplicismo ed il pensiero astratto, eretto a pamphlet dalla Signora Fallaci, ha successo nell'era di internet e dell'asserita libera circolazione delle idee e delle conoscenze sulla "rete". Abitiamo tutti in un villaggio globale, ma come in tutti i "villaggi", tendiamo a differenziarci per clan, ed a costruirci attorno resistenti steccati - fisici (come l'accordo di Schengen) e mentali (il funesto scontro di civiltà).

Mi sembra invece venuto il momento di tornare ai fatti che, paradossalmente, sono poco noti proprio a chi su di essi pontifica e straparla.

Nel settembre 2005 un giornale danese populista e di orientamento smaccatamente conservatore, lo Jyllands-Posten, pubblica una serie di vignette su Maometto che hanno vinto una selezione fra le più "provocatorie". Le famose vignette le possiamo vedere tutte qui. Per carità, nulla di male in sé. A me le provocazioni piacciono. Eduard Gans non è credente, la satira religiosa non lo colpisce affatto negativamente. Fosse per me, si dovrebbe poter scherzare liberamente su tutto, ed addirittura poter bestemmiare, porcamadonna.

Ma la libertà (che è un concetto universale, ossia universalmente applicabile, altrimenti non sarebbe "libertà": che senso ha parlare di libertà se accanto a me che posso far quel che mi pare ce n'è uno che invece è schiavo?) dovrebbe essere identica per tutti, ed in tutti i casi. E guarda un po', invece non è proprio così. La libertà di espressione sembra invece girare a due velocità diverse, a seconda dell'oggetto. Perché nel 2003 lo stesso Jyllands-Posten aveva ricevuto alcune vignette altrettanto provocatorie su Gesù Cristo, che ritenne (saggia decisione?) di non pubblicare, perché avrebbero offeso i sentimenti profondamente religiosi della stragrande maggioranza dei suoi lettori.

Anche in questo caso alcuni potrebbero sindacare: tutto sommato si tratta di una scelta comprensibile, dettata da una sonora e trasparente logica di mercato. Siamo proprio sicuri? Prendiamo per buona questa spiegazione. Con un bieco ragionamento commerciale, la redazione dello Jyllands-Posten decide che non è opportuno "provocare" i biondi lettori luterani dello Jutland con vignette sul cristianesimo; è invece altamente opportuno "provocare" i bruni lettori di fede musulmana che vivono in Danimarca (3% della popolazione). Tanto le propbabilità che questi Danesi di serie B leggano il giornale è molto bassa; e poi loro sono una minoranza, e le vignette saranno invece apprezzate - per il loro contenuto volgarmente generalizzatore ed in fondo in fondo un po' razzista - dalla maggioranza dei conservatori che ci leggono tutti i giorni. Sacro diritto di satira. Il fondamento su cui si basa la liberale civiltà danese.

Mi verrebbe da obiettare (ah, se solo queste espressioni non fossero diventate il cavallo di battaglia di certa destra nostrana!): ma questa non è satira. La satira, per definizione, mette a nudo le magagne del potente. Smaschera e rende intelleggibili a tutti gli artifici retorici utilizzati da chi è forte per opprimere chi è debole ed indifeso. E' lo strumento nelle mani di una minoranza per stigmatizzare gli eccessi di una maggioranza poco attenta.

Quando, invece, una vignetta se la prende con virulenza contro la religione di una minoranza di per sé già poco integrata (questa è, purtroppo, la realtà della Danimarca di oggi: l'ex Primo Ministro socialdemocratico danese si vantava addirittura del fatto che il Paese non fosse divenuto una "società multietnica"), utilizzando contro di essa alcuni facili stereotipi su cui si concentra lo sfottò popolare, allora io direi che siamo al limite dell'incitamento al pregiudizio razziale e religioso. E' un attacco della maggioranza  contro la minoranza, e nel vocabolario di Eduard Gans questo si chiama pogrom.

Contrariamente a quello che i nostri amici della stampa vogliono farci credere, quindi, qui non è in gioco il (sacrosanto) principio della libertà d'espressione. Ogni libertà va esercitata con senso di responsabilità. Se una redazione (ed il suo direttore responsabile) decide di pubblicare delle vignette provocatorie e razziste, allora dovrà assumersene la piena e totale responsabilità. Ma questo non è successo nel caso dello Jyllands-Posten, né il governo danese ha saputo gestire il problema nei mesi successivi, quando le proteste della comunità musulmana residente e di vari Paesi islamici sono giunte a quelle autorità. L'altro aspetto che molta stampa non mette in evidenza è proprio questo: non si tratta di un'indignazione che è esplosa all'improvviso dopo quattro mesi di stasi. Nel frattempo, i Danesi hanno rincarato la dose, difendendo l'indifendibile ed assumento un atteggiamento arrogante e assolutamente non adeguato.

Quello che precede non giustifica affatto quanto avvenuto in certi Paesi islamici, dove la collera popolare è stata strumentalizzata ad altri fini da gruppi ancor meno tolleranti dell'intollerante Jyllands-Posten. La violenza ed il vandalismo sono atti in sé riprovevoli. Soprattutto perché i musulmani dovrebbero manifestare per cose ben più gravi rispetto a quattro disegnini nemmeno di buona fattura, come l'invasione dell'Iraq o la perdurante occupazione militare israeliana dei Territori palestinesi.

postato da: EduardGans alle ore 08:24 | link | commenti
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domenica, 12 febbraio 2006

Il ricordo e la memoria (10 febbraio 2006). Son tornati i tempi cupi?

Venerdì scorso il Belpaese ha celebrato in pompa magna la "giornata del ricordo", atto di dovuta rimembranza nei confronti degli infoibati di Istria e Dalmazia e di coloro che nell'immediato dopoguerra hanno dovuto lasciare casa e terre per un "esilio" in Italia oppure oltre oceano. Il Presidente della Repubblica Ciampi ha voluto ricordare così le migliaia di vittime della "pulizia etnica comunista", ed invitato gli Italiani tutti ad un sussulto di patriottica solidarietà con i nostri connazionali vittime di quest'ennesima barbarie.

Prima di entrare nel vivo delle mie considerazioni, desidero fare una premessa.

Mi sono proprio stufato di tutte queste "giornate alla memoria". Ormai non passa settimana senza che ci sia una "giornata qualsiasi" a favore di qualcosa o di qualcuno. La giornata del bambino malato, la giornata della donna violentata, la giornata degli animali vivisezionati, la giornata dei fessi. Non che i problemi di volta in volta sollevati non siano gravi, anzi spesso gravissimi, e non meritino tutta la nostra più vigile attenzione. Un esempio per tutti il 27 gennaio, data scelta in tutto il mondo per il ricordo di tutte le vittime dell'Olocausto.

Ma siamo veramente sicuri che queste cerimonie un po' stantie di lutto collettivo, di autoincensamento o autoinceneramento, servano veramente a qualcosa, tranne che a fare opera di fundraising per le onnipresenti associazioni che debbono vivere (e spesso speculare) sulla memoria ormai diventata un business fiorente? La prova provata che non servono proprio a nulla la sperimentiamo con mano in questi giorni. Facciamo ammenda per gli orrendi crimini contro l'umanità commessi da Hitler (o Stalin), e partecipiamo a guerre imperialiste a causa delle quali muoiono migliaia di innocenti, su cui scarichiamo bombe dall'altezza (sicura) di 10.000 piedi e scaraventiamo litri di fosforo bianco. Combattiamo (a parole) la tortura, e poi rinchiudiamo centinaia di poveracci in carceri del terzo mondo, ma anche scuole o caserme nostrane, dove diamo sfogo ai nostri più perversi istinti brutali. Lavoriamo tutti per la prevenzione delle malattie, ma al contempo continuiamo a sovvenzionare e difendere i posti di lavoro creati da industrie farmaceutiche sempre meno attente ai dettami dell'etica professionale e sempre pronte a fondare le loro ricerche sul sangue dei popoli colorati, in continenti di cui a nessuno frega nulla.

Insomma, anche la "giornata del ricordo" si aggiunge alla lista delle cerimonie che non servono a nulla. Ma c'è di più. Si tratta di un'operazione pericolosa ed apologetica.

La vicenda delle foibe rappresenta certo uno degli  barbari eventi cui ci è toccato assistere durante la seconda guerra mondiale. Però, un ricordo senza memoria è come una torta alla panna senza dentro la crema inglese, una sorta di pasticcio indigesto e pieno del burro appiccicoso della retorica. Non si può infatti liquidare tutto sotto la categoria spalmatutto degli "orrori della guerra", una sorta di notte in cui tutte le vacche sono nere. Per ricordarsi fino in fondo di un evento, anche tragico ed in sé contraddittorio, bisogna fare nomi e cognomi. Bisogna dire che nelle foibe ci sono finiti innocenti, donne e bambini, ad opera dei partigiani titini. Ma bisogna anche rammentarsi di chi è finito alla Risiera San Sabba, o definire chiaramente le responsabilità di chi ha invaso la Jugoslavia, o di chi ha (durante un Ventennio) condotto una politica di italianizzazione forzata e becera lungo un confine labile come quello di Istria e Dalmazia. Bisogna anche chiedersi quale esercito (e composto da quali soldati, di quale parte politica) ha letteralmente sbaraccato e lasciato al loro terribile destino gli abitanti delle "province perdute". Tanti arditi della Xa MAS dovrebbero porsi alcune questioni circa il loro "arditismo".

Tutti gli amici che abitano oggi in provincia di Trieste sanno benissimo che la responsabilità ultima di quanto è successo ricade sul fascismo e sui fascisti. Senza il fascismo, senza la sua guerra, Istria e Dalmazia non sarebbero oggi pezzi di due Paesi stranieri. Non ci sarebbe stato l'odio antislavo oppure l'odio antiitaliano. E noi non avremmo bisogno di celebrare alcuna "giornata del ricordo", visto che non ci sarebbe nulla da ricordare.

Sarebbe bene, quindi, che non usassimo una memoria selettiva nel ricordarci delle cose. Altrimenti rischiamo di fare lo stesso errore dei vecchi Jugoslavi, per i quali gli infoibati (anche i ragazzini), solo perché italiani, erano tutti razzisti antislavi o fascisti. E né la verità storica, né la millantantata "unità degli Italiani" davanti alle tragedie della guerra ne guadagnerebbero.

postato da: EduardGans alle ore 10:32 | link | commenti
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Perché Eduard Gans?

Comincia oggi, ma non so quando e se continuerà, un'avventura nuova per me. Dopo mesi sprecati ad intervenire sui blog altrui, ho deciso finalmente di aprirne uno tutto mio. Non tanto perché abbia qualcosa di interessante da dire, ma piuttosto per appuntarmi sullo schermo i pensieri che mi passano per la testa sulle tematiche che più mi affascinano. politica internazionale, filosofia classica tedesca, stati d'animo. Non sempre mi è possibile, per il lavoro che svolgo, pronunciarmi in piena libertà sulle questioni che mi appassionano.

Vi avviso subito, questo sarà un blog partigiano. Come diceva Gramsci, io sono partigiano perché decido consapevolmente di prendere parte di fronte all'ingiustizia ed al terrore. Chi non parteggia, non vive. Chi non parteggia, bivacca, sta a sedersi sulla siepe ed aspetta che le acque si calmino per schierarsi (banderuola) dalla parte dei vincitori. Chi parteggia, invece, corre spesso il rischio di gettar via il bambino con l'acqua sporca. Ma io voglio correre questo rischio: le epoche rivoluzionarie danno i brividi proprio per questo, perché hanno il coraggio di essere ingiuste, e di sopportare il peso e la contraddizione della loro ingiustizia.

Eduard Gans è uno pseudonimo che mi sta molto a cuore. Filosofo del diritto e giurista ebreo, perseguitato all'Università di Berlino nella prima metà del XIX secolo da chi non tollerava che un ebreo potesse insegnare, amico intimo ed allievo prediletto del grande Hegel, successivamente maestro di Marx, che conoscerà e cadrà innamorato di Hegel attraverso Gans. Eduard morirà prematuramente, ad appena 41 anni. Oggi è dimenticato da tutti i libri di filosofia, eppure il suo tentativo geniale di collegare hegelianesimo e sansimonismo ne fa una delle figure chiave della transizione pre-1848 che dalla filosofia classica tedesca condurrà al marxismo.

Ma bando alle ciance, avere un blog significa che qualcos'altro dovrò pure scrivere.

postato da: EduardGans alle ore 09:59 | link | commenti (1)
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